Le news italiane di Michael Bublè



Con le donne sono molto romantico (e anche un po' imbranato)

04.04.2005

Con le donne sono molto romantico (e anche un po' imbranato)
 
Grazie all'album «It's time» l'italo-canadese, giovane e acclamato re dello swing, ha raggiunto il numero uno della Superclassifica
 
di Giovanni Pianetta(Tv Sorrisi e Canzoni)


È proprio il classico ragazzone americano: parla, gesticola (molto), fa versi, ti spiega le canzoni canticchiandole a voce alta, si alza e torna a sedersi, fa vocalizzi, mima i personaggi e i loro tic. E naturalmente dice un sacco di «fuckin’». Molto informale, «very easy». Simpatico e alla mano. Potrebbe tirarsela da star Michael Bublé (è titolare di un debutto sbalorditivo, con milioni di copie vendute del primo album, mentre questo secondo «It’s time» sta andando a gonfie vele) e invece è di una semplicità sconcertante. Dopo la sua apparizione al Festival di Sanremo (dove peraltro lui, vero animale da palcoscenico, è stato travolto da un Bonolis sin troppo in piena) il nuovo album di Michael è risalito al 1° posto della classifica italiana, mentre il precedente seguita, dopo ben 57 settimane, a farsi vedere nella zona alta della hit- parade.
Caro Bublé, ma si aspettava questo enorme successo che sta raccogliendo qui da noi in Italia?
«No, è molto di più di quanto m’aspettassi. Mio nonno (è di origini trevigiane, di cognome fa Santaga, ha 79 anni ed è lui che spinto il piccolo Michael alla musica; ndr) mi ripete: «Perchè ti stupisci? È musica per la gente, musica che parla d’amore, di sesso, delle cose della vita». Però è successo tutto così in fretta: in poco tempo, dal niente, sono cominciate le interviste in radio e giornali, gli show in tv. e tutto questo succedeva in mezzo mondo. Perché ho raggiunto il successo nel mio Paese, il Canada, e contemporaneamente in tutti gli altri Paesi».
Anche negli Stati Uniti?
«Forse non così tanto negli Usa. La mia casa discografica mi ha molto pressato perchè io puntassi principalmente su quel mercato, ma è talmente vasto che là, cifre cone 4/5 milioni, sono ancora piccole... È un mercato che richiede un impegno continuo e costante: ok gli States, ma io trovo giusto e anche più divertente dedicarmi un po’ a tutti i Paesi, specie l’Europa. Non volevo fermarmi negli Usa per un lungo periodo: volevo muovermi, girare, vedere l’Inghilterra, l’Italia, terra dei miei nonni, la Francia, la Germania, il Giappone. Forse questo non ha reso molto felici e disponibili gli ambienti discografici americani, ma credo che dopo aver visto i miei successi mondiali, dalla Spagna al Sudafrica, adesso gli americani siano pronti per ricredersi... Beh, come dice il mio nuovo disco, «It’s time»...».
Parliamo di musica allora: come è nata l’idea di inserire nell’album la celeberrima «Quando quando quando»?
«Conoscevo già Tony Renis da 5/6 anni, in occasione di un premio da lui ricevuto a Los Angeles; lui lì è davvero popolare nello showbusiness e poi mio nonno è un suo fan: quando gli dissi che lo avevo conosciuto esclamò «Oh, Gesù: che fortuna che hai!». Tony è stato molto gentile con me. E dopo il successo del mio primo album voleva che io incidessi la sua canzone, però aveva un arrangiamento che a me non piaceva, anche se trovo che sia una bellissima canzone. Io volevo una cosa più romantica, meno «cha-cha-cha» e più brasileira, alla Jobim (grande cantautore brasiliano; ndr). Conoscevo già Nelly Furtado, la mia connazionale di origini portoghesi: l’unica che poteva darle quel sound che cercavo. E lei mi ha detto subito di sì».
In questo momento le radio stanno trasmettendo parecchio il singolo di lancio «Home», una ballata struggente e malinconica: ma Michael è davvero così romantico come si dipinge?
«Sono un romanticone esagerato! Ma imbranato. Sono capace di portare un mazzo di fiori a una donna e di inciamparle esattamente davanti, buttando a terra lei e i fiori (e si mette a mimare la scena, con tanto di caduta rovinosa a terra...; ndr). Non sono certo un tipo alla James Bond io!».
Come l’ha composta?
«Non è affatto la prima: ne ho scritte tante di canzoni. Ma ne ho voluta inserire solo una in questo secondo album che io, personalmente, considero addirittura meglio del primo. «Home» è una ballata pop piena di nostalgia».
Nostalgia di Vancouver, la sua città?
«Non è tanto il luogo che mi manca, quanto le persone: sono sempre in giro...».
La sua famiglia?
«Sì, ma non soltanto...».
Appunto: a chi pensava quando ha scritto il verso «e ti meriti più di quello che ti ho dato»?
«A una ragazza che mi è stata vicina per tanto tempo; qualcuno che mi ha sostenuto prima che diventassi famoso e che guadagnassi tanti soldi».
La sua fidanzata?
«Non lo so».
Come non lo so?
«Non posso ripondere per adesso. Il mio mestiere ci ha allontanati. Sono stato via per troppo tempo e quando sono tornato mi ha dato il benservito. Diciamo che sono questioni troppo private... Comunque sì, questa canzone l’ho scritta pensando a lei».
 

 

La critica si è espressa alquanto positivamente su questo suo nuovo lavoro, ma la sua versione di «Can’t buy me love» dei Beatles ha invece riscosso reazioni contrastanti...
«Sì, lo so: è una versione molto strana! Figurarsi che persino il presidente della casa discografica americana mi ha detto di toglierla perché non gli piaceva. Ma sono stato io a decidere di reiventarla, aiutato da John Clayton jr, un arrangiatore fantastico che ha lavorato a buona parte dell’album e che io considero uno dei migliori al mondo».
Uno dei momenti più felici nel disco è la tromba del grande Chris Botti in «A song for you»: vi conoscevate già?
«No, non conoscevo prima di persona Chris, ma lui è una tromba fantastica e per me, averlo in questo brano, è stato come fare un duetto: esattamente come con Nelly Furtado...».
Invece, «Under my skin» di Frank Sinatra non l’ha reinventata, ma ha adottato la stessa versione di «The Voice»: intimidito o alla ricerca di un paragone?
«Assolutamente no! Certo, la versione è quella, però voglio confessarti una cosa: avrei preferito fare una versione mia, ma io rispetto il mio pubblico e so che si aspettava la versione originale. Al momento di decidere come eseguirla, ero davvero preoccupato: insomma, avevo davanti due strade. O fare qualcosa di nuovo, magari strizzando l’occhio ai critici musicali, o cantarla nel modo in cui piace alla gente. Era una scelta difficile. In questo caso però ho scelto la gente. Però sì, confesso di tenere molto al parere dei critici...»
Un brano delizioso è «Save the last dance for me», portata al successo nel 1962 dai Drifters: lo sa che un gruppo inglese, i Rocks, ne fece un grande successo in italiano («Lascia l’ultimo ballo per me», ndr)?
«Ma davvero? Allora magari, visto che esiste già una versione nella vostra lingua, la prossima volta che vengo in Italia la canterò in italiano!».




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