di Giovanni Pianetta(Tv Sorrisi e Canzoni)
È proprio il classico ragazzone americano: parla, gesticola (molto),
fa versi, ti spiega le canzoni canticchiandole a voce alta, si alza e torna
a sedersi, fa vocalizzi, mima i personaggi e i loro tic. E naturalmente dice
un sacco di «fuckin’». Molto informale, «very easy». Simpatico e alla mano.
Potrebbe tirarsela da star Michael Bublé (è titolare di un debutto
sbalorditivo, con milioni di copie vendute del primo album, mentre questo
secondo «It’s time» sta andando a gonfie vele) e invece è di una
semplicità sconcertante. Dopo la sua apparizione al Festival di Sanremo
(dove peraltro lui, vero animale da palcoscenico, è stato travolto da un
Bonolis sin troppo in piena) il nuovo album di Michael è risalito al 1°
posto della classifica italiana, mentre il precedente seguita, dopo ben
57 settimane, a farsi vedere nella zona alta della hit- parade.
Caro Bublé, ma si aspettava questo enorme successo che sta raccogliendo
qui da noi in Italia?
«No, è molto di più di quanto m’aspettassi. Mio nonno (è di origini
trevigiane, di cognome fa Santaga, ha 79 anni ed è lui che spinto il piccolo
Michael alla musica; ndr) mi ripete: «Perchè ti stupisci? È musica per
la gente, musica che parla d’amore, di sesso, delle cose della vita». Però è
successo tutto così in fretta: in poco tempo, dal niente, sono cominciate le
interviste in radio e giornali, gli show in tv. e tutto questo succedeva in
mezzo mondo. Perché ho raggiunto il successo nel mio Paese, il Canada, e
contemporaneamente in tutti gli altri Paesi».
Anche negli Stati Uniti?
«Forse non così tanto negli Usa. La mia casa discografica mi ha molto
pressato perchè io puntassi principalmente su quel mercato, ma è talmente
vasto che là, cifre cone 4/5 milioni, sono ancora piccole... È un mercato
che richiede un impegno continuo e costante: ok gli States, ma io trovo
giusto e anche più divertente dedicarmi un po’ a tutti i Paesi, specie
l’Europa. Non volevo fermarmi negli Usa per un lungo periodo: volevo
muovermi, girare, vedere l’Inghilterra, l’Italia, terra dei miei nonni, la
Francia, la Germania, il Giappone. Forse questo non ha reso molto felici e
disponibili gli ambienti discografici americani, ma credo che dopo aver
visto i miei successi mondiali, dalla Spagna al Sudafrica, adesso gli
americani siano pronti per ricredersi... Beh, come dice il mio nuovo disco,
«It’s time»...».
Parliamo di musica allora: come è nata l’idea di inserire nell’album la
celeberrima «Quando quando quando»?
«Conoscevo già Tony Renis da 5/6 anni, in occasione di un premio da lui
ricevuto a Los Angeles; lui lì è davvero popolare nello showbusiness e poi
mio nonno è un suo fan: quando gli dissi che lo avevo conosciuto esclamò
«Oh, Gesù: che fortuna che hai!». Tony è stato molto gentile con me. E dopo
il successo del mio primo album voleva che io incidessi la sua canzone, però
aveva un arrangiamento che a me non piaceva, anche se trovo che sia una
bellissima canzone. Io volevo una cosa più romantica, meno «cha-cha-cha» e
più brasileira, alla Jobim (grande cantautore brasiliano; ndr).
Conoscevo già Nelly Furtado, la mia connazionale di origini portoghesi:
l’unica che poteva darle quel sound che cercavo. E lei mi ha detto subito di
sì».
In questo momento le radio stanno trasmettendo parecchio il singolo di
lancio «Home», una ballata struggente e malinconica: ma Michael è davvero
così romantico come si dipinge?
«Sono un romanticone esagerato! Ma imbranato. Sono capace di portare un
mazzo di fiori a una donna e di inciamparle esattamente davanti, buttando a
terra lei e i fiori (e si mette a mimare la scena, con tanto di caduta
rovinosa a terra...; ndr). Non sono certo un tipo alla James Bond io!».
Come l’ha composta?
«Non è affatto la prima: ne ho scritte tante di canzoni. Ma ne ho voluta
inserire solo una in questo secondo album che io, personalmente, considero
addirittura meglio del primo. «Home» è una ballata pop piena di nostalgia».
Nostalgia di Vancouver, la sua città?
«Non è tanto il luogo che mi manca, quanto le persone: sono sempre in
giro...».
La sua famiglia?
«Sì, ma non soltanto...».
Appunto: a chi pensava quando ha scritto il verso «e ti meriti più di
quello che ti ho dato»?
«A una ragazza che mi è stata vicina per tanto tempo; qualcuno che mi ha
sostenuto prima che diventassi famoso e che guadagnassi tanti soldi».
La sua fidanzata?
«Non lo so».
Come non lo so?
«Non posso ripondere per adesso. Il mio mestiere ci ha allontanati. Sono
stato via per troppo tempo e quando sono tornato mi ha dato il benservito.
Diciamo che sono questioni troppo private... Comunque sì, questa canzone
l’ho scritta pensando a lei».
La critica si è espressa alquanto positivamente su questo suo nuovo
lavoro, ma la sua versione di «Can’t buy me love» dei Beatles ha invece
riscosso reazioni contrastanti...
«Sì, lo so: è una versione molto strana! Figurarsi che persino il presidente
della casa discografica americana mi ha detto di toglierla perché non gli
piaceva. Ma sono stato io a decidere di reiventarla, aiutato da John Clayton
jr, un arrangiatore fantastico che ha lavorato a buona parte dell’album e
che io considero uno dei migliori al mondo».
Uno dei momenti più felici nel disco è la tromba del grande Chris Botti
in «A song for you»: vi conoscevate già?
«No, non conoscevo prima di persona Chris, ma lui è una tromba fantastica e
per me, averlo in questo brano, è stato come fare un duetto: esattamente
come con Nelly Furtado...».
Invece, «Under my skin» di Frank Sinatra non l’ha reinventata, ma ha
adottato la stessa versione di «The Voice»: intimidito o alla ricerca di un
paragone?
«Assolutamente no! Certo, la versione è quella, però voglio confessarti una
cosa: avrei preferito fare una versione mia, ma io rispetto il mio pubblico
e so che si aspettava la versione originale. Al momento di decidere come
eseguirla, ero davvero preoccupato: insomma, avevo davanti due strade. O
fare qualcosa di nuovo, magari strizzando l’occhio ai critici musicali, o
cantarla nel modo in cui piace alla gente. Era una scelta difficile. In
questo caso però ho scelto la gente. Però sì, confesso di tenere molto al
parere dei critici...»
Un brano delizioso è «Save the last dance for me», portata al successo
nel 1962 dai Drifters: lo sa che un gruppo inglese, i Rocks, ne fece un
grande successo in italiano («Lascia l’ultimo ballo per me», ndr)?
«Ma davvero? Allora magari, visto che esiste già una versione nella vostra
lingua, la prossima volta che vengo in Italia la canterò in italiano!». |